Davide Mancini c’era fin dal primo giorno di ABAut. Proprio lui, che dell’associazionismo non ne voleva più sapere, si è ritrovato coinvolto come vicepresidente in una realtà attivissima da ormai 11 anni nell’autismo. Ha fondato l’associazione insieme a Emanuela, Manuela, Maurizio e Monica in un momento in cui, per le famiglie che ricevevano una diagnosi di autismo, mancava un supporto concreto e continuativo. Da allora tante cose sono cambiate. Il mondo dell’autismo si è trasformato, i bisogni sono cresciuti, la consapevolezza è aumentata.
In questa intervista Davide si racconta e indica gli obiettivi di ABAut per il 2026.
Come sei entrato in ABAut?
Ho una laurea in psicologia del lavoro. Dopo la laurea ho iniziato a lavorare con la disabilità, ma ho capito quasi subito che per me il carico emotivo richiesto era troppo: non riuscivo a superare quello scoglio, c’era un grumo di dolore che mi paralizzava. Quello della disabilità è un ambito in cui bisogna essere portati, e io mi rendevo conto di non farcela.
Eppure era un mondo in cui continuavo a vedermi: volevo aiutare in qualche modo. ABAut è nata proprio per questo: dare maggiore autonomia ai ragazzi e offrire un sostegno reale e concreto alle famiglie. E io sapevo che in qualche modo potevo contribuire.

Come li aiuti?
Le famiglie che hanno bisogno di supporto sono sempre di più. Io sono un esperto di marketing e mi occupo soprattutto di comunicazione, organizzazione e ideazione di nuovi eventi.
L’associazionismo è fatto di quotidianità, di tanti piccoli gesti che, messi insieme, diventano una forza enorme. Io ho il mio lavoro, la mia famiglia e ABAut. Ogni giorno cerco di prendermi cura di tutte e tre le cose con la stessa attenzione. In quello che faccio metto energia, passione e anche la mia personalità. Sono da sempre un irrequieto, lo sono sempre stato: vorrei fare mille cose! Ma un’associazione ha tempi precisi e un ritmo che segue, prima di tutto, le esigenze delle famiglie.
Perché avete realizzato ABAutRock?
Parlare di autismo solo tra persone che lo vivono quotidianamente non basta più. Negli ultimi anni ci siamo dati un obiettivo preciso, cioè quello di far capire a più persone possibile la portata dell’autismo, che riguarda numeri sempre più importanti.
ABAutRock è stato organizzato da ABAut, dal Comune di Torri di Quartesolo e dal Ferrock Festival, con cui avevo già collaborato in passato. È stato un evento molto impegnativo, ma avevamo un’idea chiara: raggiungere un pubblico diverso, soprattutto i giovani. Sono loro il futuro dell’associazione, e dell’associazionismo in generale. Servono nuove energie, nel vero senso della parola: terapisti formati, persone pronte a giocare con i più piccoli, a relazionarsi con gli adolescenti, a dialogare con le famiglie in modo rapido ed efficace. Con ABAutRock volevamo anche ricordare una cosa fondamentale: fare associazionismo è sano, ma richiede anche professionalità, competenze e responsabilità.

Quali sono gli obiettivi di ABAut per il 2026?
Portare sempre più famiglie dentro i progetti. Questo significa far arrivare a più persone possibili l’informazione su tutto ciò che facciamo. Ricevere una diagnosi è difficile, ma spesso lo è ancora di più portare avanti un percorso terapeutico. Servono professionalità diverse, un supporto specialistico costante, che cambia ed evolve nel tempo. E una famiglia da sola può sentire il peso di questo percorso, spesso ad ostacoli. Per coinvolgere più famiglie, ABAut deve farsi conoscere sempre di più, non solo nel territorio vicentino.
Abbiamo anche un obiettivo istituzionale importante: diventare un Ente del Terzo Settore. Per noi significherebbe trasformare l’impegno dell’associazione in un impatto ancora più forte, rendere sempre più solido e riconoscibile il nostro contributo alla comunità.
Vogliamo poi dare un impulso ulteriore alla formazione, aumentare la professionalità dei nostri collaboratori, magari attraverso il confronto con personalità, anche straniere, di riferimento del mondo ABA e ampliare il numero dei terapisti formati. Anche da qui passa il cambio generazionale, è nella formazione che si costruiscono nuove leve.
