Attorno al bambino autistico ruotano molte figure professionali, tra cui il terapista, spesso una terapista, con formazione in psicologia o ambito educativo. È una professione che si apprende sul campo, con formazione e affiancamento da parte di analisti del comportamento. Caterina Guzzo, psicologa, ci ha raccontato il suo percorso: dopo il tirocinio abilitante, ha iniziato a lavorare con ABAut, diventando terapista grazie a un training pratico e supervisionato.

Come sei diventata una terapista ABA?

Nel corso della laurea triennale in Psicologia a Padova ho avuto occasione di vedere la parte di diagnosi legata principalmente ai disturbi del neurosviluppo presso il Presidio Riabilitativo Villa Maria. Poi volevo specializzarmi nell’età evolutiva e mi sono iscritta alla laurea magistrale in Psicologia Clinica dello Sviluppo. Ho fatto molti tirocini, ho partecipato al progetto “Siblings in oncoematologia pediatrica” pensato per dare sostegno a fratelli di piccoli pazienti onocematologici, promosso dalla Clinica di Oncoematologia Pediatrica di Padova. Poi a Thiene con l’associazione “Il Sole all’Aurora” e infine 500 ore con ABaut, lavorando su disabilità intellettive e autismo. La mia referente era Sara Ferrarin, Psicologa e Analista del Comportamento BCBA, Terapista ESDM certificata.

Cosa ti è piaciuto dell’approccio ABA?

Forse per via della mia formazione scientifica, cercavo un approccio concreto, basato su dati osservabili. Nell’ABA ho visto risultati tangibili sul piano sociale, comunicativo e cognitivo, soprattutto se avviato presto e in modo continuativo. Le terapie a domicilio permettono di entrare nella quotidianità delle famiglie, anche se questo comporta sfide emotive e logistiche.

Quali sono gli obiettivi tipici?

Non c’è niente di standard, certo, li accomuna la concretezza, ma tutti i bambini sono diversi e per questo devono avere un intervento individualizzato e mirato, è qui che entra in gioco l’analista del comportamento. Con i genitori, l’analista guida gli obiettivi. Nelle sessioni di supervisione vengono fissati gli obiettivi, poi noi terapiste quotidianamente li decliniamo. Per una famiglia può essere importante che il bambino stia seduto a tavola per almeno dieci minuti durante i pasti, per un’altra può essere importante che impari ad allacciarsi le scarpe autonomamente, a lavarsi i denti.
Con tutti i piccoli pazienti, però, si lavora molto sulla “richiesta”, su come poterla formulare in modo da riuscire a comunicare i propri bisogni.

Qual è il ruolo dei genitori durante le sessioni?

I genitori vanno ascoltati e coinvolti, l’approccio ABA dà loro molta importanza e centralità.
La loro collaborazione parte dalle cose più organizzative e quindi avere il materiale richiesto dal professionista pronto per gli incontri, prestabilire un semplice spazio in casa dove si possano tenere i vari materiali della terapia e le raccolte dati. Forse sembra banale, ma è un modo per agevolare il lavoro di noi terapiste, per noi è importante. L’obiettivo è creare un ambiente adeguato alla sessione e perché il lavoro proceda bene.
La collaborazione della famiglia è però necessaria anche per aspetti più interni alla terapia, i genitori si trovano a doversi mettere in gioco e a confrontarsi con nuove strategie.
La famiglia di un bambino con disturbo del neurosviluppo (nel nostro caso principalmente con disabilità intellettiva o disturbo dello spettro autistico) vive una condizione molto pesante, che si prolunga per tutto l’arco di vita del figlio, pur potendo intervenire per fare la differenza nella sua traiettoria evolutiva. Vivono 24 ore su 24 con una persona con particolari esigenze.

I genitori contribuiscono alla presa dati?

Idealmente i genitori dovrebbero collaborare sempre, ma spesso è difficile. Tuttavia, il loro contributo diventa imprescindibile in presenza di comportamenti pericolosi per sé e gli altri: la raccolta dati da parte loro, nelle ore in cui il terapista non è presente, è fondamentale per un’accurata analisi funzionale e per individuare le strategie più efficaci di intervento.
Durante le sessioni dedichiamo sempre uno spazio al parent training, offrendo indicazioni su come gestire le difficoltà o raggiungere obiettivi attraverso il gioco. Il confronto settimanale con i genitori è fondamentale, spesso rappresenta per loro l’unico momento di dialogo mirato. Ho imparato che la chiave per una buona collaborazione è la motivazione: per questo l’analista tiene conto anche dei bisogni della famiglia e coinvolge almeno un genitore in ogni supervisione.

Quante ore di terapia vengono fatte?

L’OMS raccomanda un intervento intensivo di almeno 25 ore settimanali, comprensive anche delle strategie applicate da famiglia e scuola. Tuttavia, le ore frontali che riusciamo a garantire oggi sono limitate: sessioni da un’ora e mezza, due o tre volte a settimana. Per questo è fondamentale costruire una rete tra terapisti, famiglia e scuola. Quando c’è questa collaborazione, parte delle attività può essere integrata nel contesto scolastico, aumentando l’efficacia dell’intervento. Sebbene non sia semplice per gli insegnanti, il loro coinvolgimento è essenziale, perché il bambino trascorre gran parte del tempo proprio tra casa e scuola.

Cosa pensi sia importante del tuo lavoro durante le sessioni?

Credo sia di fondamentale importanza che le competenze acquisite vadano oltre la stanza della sessione. Che utilità avrebbe insegnare a un bambino la turnazione se poi è in grado di farlo solo con la terapista?
Per esempio, se deve imparare ad aspettare il suo turno nel gioco del domino, per poter condividere un momento con i compagni, prima lo impara con me, poi lo facciamo con i genitori e poi con un’altra persona esterna e con i compagni appunto: un bambino ha davvero acquisito una competenza quando riesce a usarla non solo durante la sessione con il terapista, ma anche nella vita quotidiana: a casa, a scuola, con i genitori, con i coetanei. Penso sia questa la cosa importante, che nel futuro questo bambino possa usare nel mondo le cose apprese con noi.