Zeudi Hammoud è nata a Noventa Vicentina da madre italiana e padre siriano. È cresciuta in Italia, dove ha conseguito la laurea in Psicologia Clinica dello Sviluppo all’Università di Padova, con una tesi dedicata al deficit nello sviluppo delle funzioni esecutive in bambini con disturbo dello spettro autistico e con ADHD.
Nel 2021 ha svolto un tirocinio formativo con ABAut, entrando in contatto diretto con le realtà educative e riabilitative del territorio. Successivamente ha preso parte al progetto “Chi trova un amico, trova un tesoro”. In questa intervista ci racconta le ragioni che l’hanno spinta a continuare a collaborare con l’Associazione e a quanto questa esperienza abbia contribuito alla sua crescita personale e professionale.

Perché hai deciso di intraprendere un percorso formativo in Psicologia?

La psicologia mi ha sempre affascinata. Credo sia legato anche al mio vissuto personale: la mia crescita emotiva è stata segnata da esperienze difficili, come la malattia di mio fratello e la separazione dei miei genitori. In quegli anni ho spesso avuto la sensazione che gli adulti non riuscissero davvero a comprendere i bambini, né a gestirne le emozioni. Ma, in fondo, spesso sono loro stessi a non saper gestire le proprie. Alla magistrale ho scelto un indirizzo che potesse mettere insieme la clinica e lo sviluppo, perché volevo acquisire strumenti per comprendere a fondo il mondo infantile, senza tralasciare gli aspetti più complessi legati al disagio psicologico. Ho imparato che dietro ogni comportamento disfunzionale c’è sempre una ragione, e questo sguardo mi accompagna tuttora nel mio lavoro.

Perché hai scelto ABAut?

Conoscevo l’Associazione perché sul territorio non sono poi molte le realtà che si occupano in modo così specifico di autismo. Li ho contattati per fare il tirocinio in un momento particolare, subito dopo la pandemia, un periodo in cui tutti stavamo cercando di ripartire, di ritrovare un equilibrio. Sono stata seguita da Marica Frescurato, Psicologa e Analista del Comportamento certificata BCBA, che mi ha accompagnata lungo un percorso di 500 ore.

Com’è stato il tuo tirocinio?

È stato un percorso molto vario e formativo. Ho avuto l’opportunità di osservare da vicino non solo il lavoro di Marica, ma anche di altri professionisti, impegnati con ragazzi di età e bisogni diversi. Questo mi ha permesso di entrare in contatto con tante situazioni uniche e di vedere come l’approccio ABA venga adattato caso per caso. L’ABA è un approccio scientifico basato sull’osservazione e sull’evidenza, punta alla modifica dei comportamenti attraverso tecniche specifiche, con l’obiettivo di favorire l’apprendimento di abilità funzionali e sociali. Ciò che mi ha davvero colpita è come, nonostante l’approccio sia strutturato e regolato da principi scientifici precisi, ogni terapista riesca a personalizzarlo, integrando la propria sensibilità e la capacità di entrare in relazione con la persona. Questo equilibrio tra rigore metodologico e attenzione umana è stato il cuore di questa esperienza, facendomi sentire parte integrante del percorso.

Qual è stata la cosa più complicata?

Sicuramente gli spostamenti. ABAut lavora a stretto contatto con le famiglie e la maggior parte delle terapie si svolge a domicilio. Questo comporta per noi terapiste molti spostamenti, spesso impegnativi. Però, è un aspetto che le famiglie apprezzano molto, perché permette di intervenire direttamente nel loro ambiente quotidiano, rendendo la terapia più efficace e vicina ai bisogni reali.

Che terapista sei oggi?

Questo lavoro mi ha insegnato l’importanza della perseveranza sugli obiettivi: anche se i risultati non arrivano subito, con la costanza e la pazienza si raggiungono comunque. È un percorso lungo, che richiede non solo competenze professionali, ma anche grande sensibilità, soprattutto per supportare i genitori, che spesso si trovano affranti o sopraffatti da mille difficoltà. Sono una terapista molto rigorosa nella raccolta dati, perché ritengo che siano un elemento fondamentale: grazie a questi possiamo monitorare costantemente i progressi, comprendere meglio i comportamenti e intervenire in modo più mirato ed efficace. Il mio percorso professionale è in continua evoluzione: ogni nuovo caso, ogni sfida affrontata rappresenta un’occasione per crescere, affinare le mie competenze e offrire un supporto sempre più efficace e mirato.

Che tipo di bambini segui?

Oggi seguo soprattutto bambini, ma anche qualche adolescente, in particolare all’interno di un progetto dedicato alle uscite sociali. Li accompagno in piccoli gruppi a vivere esperienze quotidiane come andare al bar, fare acquisti o chiedere un paio di scarpe della propria misura. Sono momenti preziosi in cui imparano regole di socialità fondamentali, come aspettare il proprio turno o fare un’ordinazione. Alcuni ragazzi sono molto loquaci, altri più introversi, ma tutti vivono queste uscite come occasioni straordinarie: spesso hanno poche opportunità di stare con i coetanei e condividere anche solo qualche ora insieme ha per loro un valore enorme.

È un aspetto molto delicato…

Sì, e avendo lavorato nelle scuole ho visto quanto sia ancora scarno, purtroppo, il lavoro di inclusione. È fondamentale sensibilizzare i bambini alla diversità, che è un elemento naturale e caratterizzante della vita. La diversità non deve fare paura, e per superare la paura la chiave è la conoscenza. Nel mio lavoro in ambito scolastico ho sempre cercato di spiegare, con un linguaggio adatto all’età, le diverse sfumature comportamentali messe in atto dai bambini con difficoltà. E quello che ho osservato è stato molto incoraggiante: i bambini erano sempre molto curiosi, attenti e spesso, per imitazione, riproducevano spontaneamente le strategie che vedevano utilizzare dall’adulto. Questo dimostra quanto i più piccoli siano aperti e pronti ad accogliere la diversità, se solo si offre loro una guida chiara e rispettosa.
Questi bambini vivono una solitudine profonda, ed è proprio questa, forse, la sfida più grande e delicata da affrontare.