ABAut si sostiene grazie ai tanti finanziamenti che riceve, anche attraverso I Bambini delle Fate, impresa sociale che finanzia progetti di inclusione sociale e autonomia rivolti a bambini e ragazzi con autismo e disabilità.
Ma come riescono a raccogliere questi finanziamenti? In tanti modi, ma soprattutto grazie a un vero e proprio lavoro “porta a porta”, svolto da persone speciali come Lia Rodeghiero, che in questa intervista ci racconta come tutti, davvero tutti, possano contribuire.
Raccontami chi sei, Lia.
Sono Lia, ho 34 anni e da quasi tre anni lavoro con I Bambini delle Fate. Ci tengo subito a precisare una cosa: io non vivo direttamente la disabilità in famiglia. Il mio desiderio di lavorare in questo ambito nasce quindi non da un’esigenza personale, ma da una particolare sensibilità e da una forte propensione verso questo mondo.
In cosa consiste concretamente il tuo lavoro?
È molto semplice: entro nei negozi, incontro imprenditori e professionisti e racconto quello che facciamo. Parlo con artigiani, commercianti, liberi professionisti e li invito a “sporcarsi le mani”, ovvero a contribuire e a supportare nel concreto ABAut.
Il mio obiettivo è far comprendere quanto il loro supporto possa aiutare concretamente migliaia di ragazzi e di famiglie, e quanto anche una donazione apparentemente piccola possa fare la differenza.

Quanto conoscono l’autismo le persone che incontri?
All’inizio, spesso, molto poco. Poi però iniziano a collegare quello che racconto alla propria esperienza personale: un amico, un conoscente, un parente che ha una persona nello spettro autistico in famiglia. Ormai i dati sono molto chiari: 1 bambino su 77, nella fascia d’età tra i 7 e i 9 anni, è nello spettro autistico.
Io mi occupo della provincia di Vicenza e, attraverso il mio lavoro, contribuisco a sostenere i progetti di ABAut. Cerco soprattutto di far capire cosa significhi convivere ogni giorno con una disabilità, quanto questo possa impegnare e affaticare l’intero nucleo familiare. Non esistono soluzioni semplici e definitive: le famiglie imparano, nel corso degli anni, a gestire situazioni molto complesse, spesso sentendosi sole. Per questo direi che il mio primo compito è prima di tutto culturale e informativo. Solo dopo viene la ricerca vera e propria dei finanziamenti.
In cosa consiste il contributo che chiedete?
La caratteristica principale è che si tratta di un contributo continuativo e a tempo indeterminato. Questo cambia molto sia il mio approccio sia quello di chi decide di aderire.
Non chiediamo una donazione una tantum, ma un sostegno costante nel tempo. È un progetto strutturato e trasparente, dal quale naturalmente ci si può ritirare in qualsiasi momento.
Chiedo un impegno continuativo, per questo lascio sempre la totale libertà di scelta: chi aderisce lo fa con convinzione, ed è proprio questo a fare la differenza.
La donazione media si aggira intorno ai 100 euro, ma c’è anche chi sceglie di contribuire con cifre maggiori. E spesso succede qualcosa di ancora più bello: alcuni imprenditori si affezionano talmente tanto ai progetti che sostengono da parlarne spontaneamente ad altri imprenditori. Io, naturalmente, spero sempre nell’effetto emulazione!

Come può un professionista capire concretamente come viene utilizzato il proprio contributo?
Innanzitutto consegniamo una vetrofania e realizziamo campagne di comunicazione dedicate agli imprenditori che hanno scelto di “sporcarsi le mani”. Ma soprattutto organizziamo due incontri all’anno con loro. E credo che questo faccia davvero la differenza.
Gli imprenditori possono incontrare personalmente i ragazzi che stanno contribuendo ad aiutare, vederli crescere, osservare i loro cambiamenti. Spesso nasce anche un vero legame affettivo. Le stesse famiglie incontrano gli imprenditori e li ringraziano personalmente. Questo crea una relazione molto concreta e trasparente tra chi dona e chi beneficia del progetto. La nostra zona è abbastanza ampia, ma non così grande: spesso, alla fine, le persone scoprono di avere dei collegamenti. Magari conoscono lo zio, il nonno o un familiare di uno dei ragazzi. Parliamo inoltre di bambini e giovani in età evolutiva, quindi persone che crescono e cambiano continuamente. Vederne i progressi nel tempo ha un impatto molto forte negli imprenditori o nel professionista che ha deciso di dare il proprio contributo.
C’è una storia che secondo te rappresenta bene quello che fate?
Ce n’è una che racconto sempre. Tra i nostri sostenitori c’è un panificio. A un certo punto abbiamo coinvolto un ragazzo di 27 anni affinché potesse fare proprio lì un’esperienza lavorativa, una sorta di tirocinio. L’esperienza è andata talmente bene che, alla fine, il panificio ha deciso di assumerlo.
Ecco, per me questa è la vera inclusione.
